The Landing – A Risk of Rain Story

Mi sveglio circondato da fiamme, rottami, dolore e morte. Le orecchie mi fischiano, ogni singola parte del mio corpo urla dal dolore… mai il desiderio della morte mi ha sfiorato così come ora, neanche in tutti i miei anni di servizio militare.

Poco ricordo di ciò che è successo. Una figura, un colpo dato allo scafo e siamo finiti su questo pianeta. Non so che fine abbia fatto la mia ciurma, ignaro la motivazione per cui quello strano essere possa aver voluto farci schiantare sul pianeta, per il momento nulla ha importanza.

Mi trascino dentro la capsula di salvataggio che ho fatto in tempo a raggiungere prima del collasso totale della nave. Ho visto gli altri fare altrettanto, ma non so quanto siano stati fortunati. Non so neanche se io stesso lo sia stato. Faccio razzia delle cassetta di primo soccorso, fermando piccole varie emorragie e riempiendomi di bende.

La mia è l’unica capsula di salvataggio che vedo in zona. Tanti alberi abbattuti dall’atterraggio, tanti esseri a me sconosciuti rimasti uccisi, il loro sangue ovunque.

Devo andarmene da qui… di sicuro arriveranno in molti a controllare la fonte del rumore… se quell’essere che ha distrutto la nave venisse qui morirei di sicuro. Devo andare!

Prendo una siringa di adrenalina dalla cassetta di pronto soccorso e la uso quanto basta per spingere il mio corpo a camminare, il resto lo userò in caso di necessità. Ho le mie due pistole. Sono pronto per affrontare questo dannato pianeta e le sue infernali creature. Devo cercare di raggiungere la nave, il suo meccanismo di emergenza dovrebbe permettere al ponte di comando di effettuare un volo forte abbastanza da uscire dall’atmosfera. Ho bisogno di provviste, di carburante… ma prima devo cercare i miei compagni.

La capsula di salvataggio viene presto raggiunta da esseri simili a delle lucertole ma capaci di camminare su due zampe. Non oso immaginare cosa farebbero gli scienziati terrestri se avessero tra le mani una di quelle creature, ammesso che non l’abbiano già fatto.

Mi armo di coraggio, impugno le pistole ed esco dalla capsula di salvataggio sparando ad ognuna di quegli esseri. Non hanno armi, corrono verso di me con le fauci aperte cercando di mordermi. Alcuni di essi ci stavano pure riuscendo, ma sono riuscito ad ucciderle prima o ad allontanarle con l’attacco perforante del mio equipaggiamento.

Per quanto infortunato, riesco a muovermi come devo per allontanarmi da loro, merito principalmente della siringa di adrenalina. Corro il più possibile cercando un modo per andarmene da lì, un qualcosa che possa farmi allontanare da quella zona piena di lucertole antropomorfe, granchi giganti, comparsi ultimamente, e statue di pietra che cercano di schiacciarmi come una zanzara. Le mie pistole sono abbastanza per uccidere ognuno di quegli esseri, e grazie alle loro celle energetiche non hanno neanche bisogno di ricarica.

Correndo sento i muscoli delle gambe urlare pietà, ma fermarmi a riposare segnerebbe la mia condanna. Vedo una struttura strana, mi avvicino e scopro che è un teletrasporto con tanto di istruzioni lasciate dagli scienziati terrestri che sono stati lì prima. Cosa sia successo a loro lo ignoro, ma data la massiccia presenza di nemici è probabile siano stati tutti eliminati.

Attivo il teletrasporto che avrà bisogno di tempo per attivarsi. Sento già il sapore della vittoria contro quelle creature in quella piccola battaglia che comporrà la lunga guerra che ho davanti a me.

Uccido altre lucertole, rimando alla polvere altri golem, faccio pentire altri granchi di essere usciti dalle acque, ma poi il cuore mi si ferma per qualche secondo.

Piccole scosse di terremoto si sentirono per tutta la zona come fossero passi. Mi giro e la mia pelle s’impallidisce. Un golem dalle fattezze dei suoi simili, ma alto venti volte, almeno, si avvicinava dopo essere uscito dalla terra che costituiva una collina in lontananza. In mezzo alla testa vi era una luce rossa che mi fissava, dalla quale riuscivo a percepire l’ardente desiderio di uccidermi.

Un Colosso stava venendo a prendermi.

Incatenato

Ho un foglio in mano con su scritto “insufficiente”,

L’impegno era tanto, me lo dico in mente.

Sono stanco, stanco di tutto,

Stanco di me e di me stesso sono in lutto.

Sono stanco di questa sensazione

Di essere meno di un’imperfezione.

Le mie catene ricoprono tutto il mio corpo,

Sono pesanti, mi trattengono dal mio scopo.

Come una mummia mi hanno ricoperto

E rimango immobile in attesa di essere scoperto.

Mi ricoprono i miei fallimenti,

Li ho fatti e li merito tutti quanti.

Ciò che ho fatto e fallito li ricorderò a vita,

Dovrei essere lì, a godermi di quest’esistenza la gita.

Ma la colpa è mia, il problema è la mia testa,

Ho sbagliato dall’inizio, non tutto è festa.

Il seminato è ormai raccolto, è l’ora del conto,

E non ho speranza di avere uno sconto.

Attorno a me gente libera vedo girare,

Che di queste catene ne hanno solo un bracciale.

Altre invece come me stanno

Ma camminano e ridono, non so come fanno.

Che la risposta sia mentale, è questa la facoltà?

La mia è messa male, non mi dà pietà.

Vincenzo Lantino

The Mission – A Risk of Rain Story

Diario di bordo della UES Contact Light.

Gli innumerevoli e lunghissimi giorni di viaggio che abbiamo passato io e l’equipaggio ci lasciano sempre più spossati. Ormai sono mesi che non usciamo dalla nave, che non facciamo una passeggiata all’aria aperta, che non parliamo con altri esseri che non siano all’interno di questa gabbia di ferro in mezzo allo spazio profondo.

La nostra missione è quella di arrivare al pianeta ribattezzato “Lemuria” per cercare e riportare sulla Terra la tecnologia del teletrasporto, che i nostri scienziati hanno costruito in loco con le risorse che hanno trovato lì. I risultati sono stati molto soddisfacenti, e potremmo usare questa nuova tecnologia per risolvere tanti problemi, ma sospettiamo tutti che al comando dell’esercito delle Nazioni Uniti Terrestri la cosa che preme di più è il suo utilizzo come arma, per questo la missione è Top Secret e di estrema importanza.

Per il successo della missione, alla NUT hanno assunto tra i migliori in circolazione, ognuno con un nome in codice che ci rappresenta per la nostra specialità:

Olof Toll, lo svedese che ha il compito di tenere a bada le creature più pericolose, nome in codice: Enforcer;

Alan Shafi Blum, colui che si occupa dei lavori pesanti, nome in codice: Loader;

Silas “The Kid” Crocco, un criminale condannato a collaborare con noi, nome in codice: Bandit;

Leonard Stark, colui che ha sviluppato gran parte della nostra attrezzatura, nome in codice: Engineer;

Gaetan Molière, che ha il compito di occuparsi del lato geologo della missione, nome in codice: Miner;

Chris Hathcock, il tiratore esperto dalla lunga distanza, nome in codice: Sniper;

un robot che si occupa di saziare gli stomaci perennemente brontolanti dell’equipaggio, lo Chef;

Luke Wilson, un mercenario assoldato dalla NUT per rafforzare la nostra potenza militare, nome in codice: Mercenary;

Leliana Bertinelli, una cacciatrice esperta nel seguire le tracce di creature specifiche, nome in codice: Huntress;

un secondo robot che mantiene la nave operativa, Han-D;

una bestia catturata durante il viaggio in un pianeta in cui abbiamo fatto rifornimento di provviste e carburante, nome in codice: Acrid;

e per ultimo ci sono io a capo della spedizione, John Smith,nome in codice: Commando.

Il viaggio non è stato senza problemi. Una nave spaziale piena di gente che si è conosciuta praticamente all’inizio di questa missione sembrava il luogo perfetto dove far sfociare litigi insensati, battibecchi inutili e combattimenti tra le più calde tra le teste dei componenti dell’equipaggio che avrebbero rischiato di minare non solo la missione, ma anche l’integrità dello scafo, e fu soltanto attraverso il buonsenso che si arrivò ad evitare qualsiasi tipo di catastrofe, arrivando ad inscenare un tribunale con tanto di giuria per le questioni più gravi e facendo semplicemente cadere le discussioni per le inezie. Nonostante fossimo praticamente degli sconosciuti, col passare del tempo alcuni di noi hanno cominciato ad instaurare rapporti di amicizia e rispetto reciproco, e nonostante io ignori se qualcosa di più possa essere scattato tra qualcuno la cosa non mi sorprenderebbe.

Abbiamo imparato a lavorare insieme per aumentare la nostra produttività ed efficacia, sviluppato strategie con cui sopravvivere ai problemi anche più impensabili, coinvolgendo pure i robot per aumentare l’efficacia e per utilizzare delle risorse che altrimenti sarebbero state volgarmente sprecate in solo pulire la nave e solo cucinare. Tutto era stato calcolato, tranne Acrid, non sapevamo ancora come utilizzare, ma anche solo se utilizzare, tale creatura. I nostri tentativi di contatto o anche di addomesticazione con quella creatura sono risultati vani, ma è un punto importante delle cose da fare.

Ci aspetta ancora un lungo viaggio per arrivare a Lemuria.

Commando chiude.

Giorno 1357

Siamo quasi arrivati alla nostra destinazione, i viveri scarseggiano e tutti noi siamo impazienti di poter fare una passeggiata fuori da qui e respirare un po’ d’aria fresca non riciclata. Fortunatamente Lemuria è molto simile alla Terra per quanto riguarda l’atmosfera, quindi almeno ciò è fattibile. I lavori sarebbero ripresi una volta messo in sicurezza l’area d’atterraggio e dopo aver dato all’equipaggio un po’ di riposo in una zona all’esterno della struttura. Credo che dopo oltre 1300 giorni di viaggio quasi continuo, a parte un paio di soste per i viveri, l’equipaggio si meriti del meritato riposo fuori dalla nave. Una volta ricaricate le batterie provvederemo a raggiungere il posto del telet-

Un momento… chi diavolo è qu-

 

Continua…

Il Tracciatore

Molte facce, molti aspetti,

Vediamo ciò che riflette la luce,

Viviamo una vita che alla morte conduce

Senza fermarci, e ciò ci rende stretti.

Ma c’è chi corre, si muove fuori dalla linea guida,

E lo fa correndo, saltando, ogni giorno la morte sfida,

E’ un tracciatore, servo della libertà, amante della vita,

La rincorre, la cerca, la trova sopra i tetti,

Rifiuta un’esistenza che ci rende imperfetti,

E lo fa salendo sui muri con le dita.

E’ come appartenente ad un altro universo,

Non si limita, non si ferma al limite dello specchio,

Non corre per evitare di sentirsi vecchio,

E tende una mano al prossimo, anche se diverso.

E allora andiamo,

Corriamo,

Senza farci buttare giù,

Dalle avversità che ormai ci sono e non ci lascian più.

 

Vincenzo Lantino

Unknown Carnage – A Warframe Story

Io sono un napalm. Non ho mai scelto di diventarlo, non ho mai neanche scelto di nascere, ma comunque sono nato come un soldato clonato attraverso un sistema che ha reso l’intera specie dei Grineer debole e malata, condannandomi ad essere qualcosa con un’enorme armatura ed un lancia granate incendiarie, semplicemente perché ero più forte rispetto agli altri. Sono cresciuto seguendo gli ordini delle Regine, vittima del lavaggio del cervello per costringermi ad obbedirgli, ad essere fedele loro per sempre, ma con me non ha avuto l’effetto che volevano, non mi sono mai fidato di loro. So che siamo stati tutti creati soltanto per servire, so che per loro noi non siamo altro che carne da macello per estendere il loro dominio. Avrei potuto ribellarmi ed unirmi agli Steel Meridian, ma non ho mai avuto il coraggio di tradirli, sapendo che avrei avuto i Manic a darmi la caccia.

Ma a parte la mia mente, i loro sforzi furono ripagati. Tutto ciò che mi hanno fatto mi ha reso tra le truppe Grineer più pericolose di tutte, a eccezion fatta dei miei superiori come il Luogotenente Lech Kril, ed ultimamente quegli abomini deviati chiamati “manic bombard” creati da quel pazzo di Tyl Regor. Ho ucciso qualsiasi tipo di creatura nell’universo. Ho distrutto le macchine dei Corpus, ho ucciso quei… cosi disgustosi Infestati, sopravvivendo ai loro veleni soltanto con una fortuna incredibile, e persino uno scontro con quelle creature che una volta erano miei commilitoni, ciò che chiamiamo “Corrotti”, e persino Vor si è unito a loro.

Io sono l’incubo dei nemici dei Grineer, persino i Tenno mi evitano. Ma quindi, perché ho così tanta paura? Perché così tanti miei commilitoni sono morti e le loro membra sono ovunque? Che cosa sta succedendo?!

 

In seguito ad attacchi sia da parte dei Corpus che dei Tenno nel settore Cupido di Urano, la nostra nave è stata trasferita qui per monitorarlo, per assicurare che tutto vada per il meglio, ma data la mancanza di anomalie da tempo, ormai, i nostri superiori avevano annunciato qualche giorno prima che la nave sarebbe stata spostata presto.

Fin’ora è stata una giornata normale, non è accadendo nulla d’interessante e ne sono grato, se non succede nulla posso vivere un giorno in più, e tanto mi bastava per tirare avanti. D’un tratto l’allarme cominciò a suonare. Non si trattava dei Corpus, non c’era alcuna loro nave nei paraggi, pensammo subito a qualche Tenno venuto per rubare informazioni, come hanno fatto in passato, ma nessuno vide alcun Tenno o i loro Warframe, nessuno vide nulla, l’allarme fu l’unica cosa che richiamò tutti alle proprie postazioni, cercando chiunque fosse abbastanza coraggioso o stupido da provare ad affrontare qualsiasi cosa i Grineer avessero da buttargli contro. Mandammo tutte le nostre unità: Elite Lancer, Scorch, Butcher, Bombard e persino le nostre unità eximus, con le loro abilità create apposta per contrastare quelle dei Tenno, ma nessuno è tornato a fare rapporto. Sono morti tutti. Il loro sangue venne sparso per tutto il pavimento, le mura e persino il soffitto, in alcuni punti.

Una volta che raggiunto il luogo in cui quelle atrocità stavano avendo luogo, non trovai null’altro che sangue, armi a terra, alcuni miei commilitoni appesi sui muri con alcune frecce… non riuscivo a credere che nessuno avesse ancora alcuna spiegazione per tutto ciò… e dov’erano i Manic? Erano bravi solo a ridere maniacalmente ed a spaventare tutti con la loro capacità di diventare invisibili?

Un attimo… ecco! I Tenno sono invisibili! Dobbiamo tagliare le loro riserve d’energia prima che…

Non ho sentito nulla… ma la mia armatura venne danneggiata… cominciai a sanguinare…

Tutti attorno a me si guardano attorno cercando qualcosa di sospetto, prima di morire come mosche… provo ad avvisarli ma non mi sentono… non so neanche se sto parlando… o respirando…

Poi lo vedo… LA vedo… sono da solo, i miei fratelli sono morti ed io li avrei raggiunti presto… ormai mi sono rassegnato, sono stanco…

Mi guarda con i suoi occhi luminosi, il suo buffo cappello, il suo arco con le frecce… poi, s’inginocchia verso di me, provo a prendere la mia arma, ma è troppo pesante… lei tira fuori una pistola, una Lex Prime… ecco con cosa mi colpì…

Penso ardentemente che vorrei mettesse fine alla mia agonia… voglio solo trovare la pace, esattamente come la volevo il giorno in cui nacqui…

Mi punta la pistola contro la mia testa mentre mi fissa. Sento la il cane della pistola caricare contro il proiettile, ed io pronto come non mai accetto la pace del freddo abbraccio della morte, chiudo gli occhi e sorrido.

A Devil May Cry Story

-Ed il resto è silenzio.-

L’eco di queste parole risuonavano per la hall ormai priva di qualsiasi altra forma di vita. Ciò che era stata una sinfonia formata da ruggiti soprannaturali, colpi d’arma da fuoco e di fendenti d’arma bianca era stata sostituita da nient’altro che silenzio, accompagnato dai corpi caldi di bestie immonde che ben presto sarebbero diventati freddi. Il sangue sulle pareti e sulla spada. Le pistole fumanti e scariche.

Questo era il suo piacere personale. Ognuno ne aveva uno, una motivazione propria per tirare avanti. Molte volte è la speranza di un futuro migliore, che porta la gente a dire frasi tipo “speriamo vada tutto bene”. Difficili da capire, la speranza è inattività, se si è inattivi si lasciano le cose a caso, con ottime prospettive di venire investiti da esso e da tutti i demoni che porta. Altre volte la motivazione è la passione verso ciò che si fa. Per l’uomo vestito di rosso era la relazione rumore-silenzio.

Il rumore è sempre positivo. Porta con sé disturbi, problemi, esseri immondi. Significa che qualcosa sta succedendo, che lui ne è parte, che sta facendo ciò che ama più di ogni altra cosa al mondo. Il rumore è l’annuncio di poter tornare ad essere vivo.

Finito il rumore, entra il silenzio, la quiete dopo la tempesta.

Dopo un lavoro, il silenzio lasciava un senso di soddisfazione, e più rumore c’è stato più è soddisfacente. A volte finisce tutto in una manciata di secondi, un paio di proiettili seguiti da alcuni colpi di spada e niente e nessuno proferisce alcun suono, lasciando chi ha sparato e menato fendenti piuttosto deluso. Poco rumore significa poca difficoltà, che porta poca sfida e tutto si conclude con molta noia. Non quella volta.

Il sangue scarlatto colava dalla punta della spada sporcando il pavimento lucidato da poco. Pezzi di carne non umana era finita su tavoli, sedie ed altra mobilia della stanza, e su una di queste stava seduto il ragazzo dai capelli bianchi. Guardava la sua opera mentre teneva per le corna la testa di una delle creature che aveva decapitato. Pelle quasi inesistente, teschio rosso ed un’espressione di terrore rimasta impressa per la repentina morte. Lo guardò per qualche secondo, pensando a quel mostro e alla sua sorte avversa per averlo messo contro di lui, e mentre abbassava il braccio guardando la sua opera che rasenta l’arte, la sua espressione mutò. Un sorriso comparve sul suo volto.

-Dante! Dove sei? Sei… sei ancora vivo?-

-Più vivo degli altri, poco ma sicuro.-

Dante, figlio di una donna chiamata Eva ma di padre sconosciuto, ha scelto l’ardua strada del mercenario specializzato nel paranormale, in particolar modo la caccia agli esseri demoniaci, come professione. Il suo interlocutore si chiamava Enzo Ferino, suo amico e contatto nel mondo mercenario.

Enzo si faceva largo attraverso la hall facendo attenzione a non calpestare alcuna delle pozzanghere di sangue causate dallo scontro e con la paura nera di attirare l’attenzione di un qualche essere ancora in vita che Dante aveva, possibilmente, dimenticato o evitato di uccidere.

-Sono tutti morti, non fare il codardo come tuo solito.-

-Ehi! Io non vado in giro armato fino ai denti e non sopravvivo se mi trapassano il cuore!- Dante rise. -Sai, avresti potuto evitare di fare tutto questo macello. Ho il terrore di sapere cosa dirà il nostro cliente quando scoprirà di dover praticamente ristrutturare la hall prima ancora dell’apertura dell’hotel!-

-Avrebbero dovuto chiamare qualcun altro, allora. Magari qualcuno che si sarebbe fatto ammazzare subito, o che avrebbe rischiato di compromettere anche il resto dell’edificio. Stà zitto e vai a farti pagare.-

-Ammesso che non cambi idea per aver fatto più danno che altro.- disse Enzo andando verso l’uscita della sala allo stesso modo in cui vi è entrato, ma venne fermato dal cacciatore di demoni.

-Ehi! Prendi!- disse Dante lanciandogli la testa del demone che teneva in mano, ed Enzo, dopo essersi reso conto di cosa teneva per le mani, lo lanciò spaventato, provocando sonore risate da parte dell’amico. Enzo non disse altro, sapeva sarebbe stato inutile, si limitò ad andarsene lasciando Dante a ciò che rimaneva del suo operato degno del set di un film splatter. Rimase lì ancora per alcuni secondi, per poi alzarsi ed incamminandosi verso l’uscita, prima di venire accusato da qualcuno di aver distrutto la stanza con l’intento di farlo. Riuscì ad allontanarsi dall’hotel senza venire visto da nessuno, ridendo non appena vide Enzo cercare di convincere i proprietari a non denunciarli e di pagarli comunque, rendendo lo scontro di Dante nulla di speciale, in confronto.

L’orario mattiniero delle 5 di mattina permise al cacciatore di demoni di poter godere del fresco che quell’ora aveva da offrirgli e di poter tornare al suo negozio senza il rischio di venire visto per strada armato di spada e sporco di sangue. Gli attacchi dei demoni erano ormai sempre più frequenti e con il passare del tempo i demoni minori sarebbero cominciati a scarseggiare, lasciando più spazio per i demoni più forti e per sfide più impegnative. Dante non vedeva l’ora. Sperava solo che i civili scappassero in tempo.

Per quanto riguardava l’attività, doveva ancora trovare un nome per l’attività. Vero, aveva Enzo che si occupava di trattare con i clienti, ma “Dante ed Enzo” non diceva nulla, solo che c’erano due tizi di nome Dante ed Enzo. Serviva un nome bello, uno accattivante che esprimeva perfettamente ciò che offrivano.

-Non troverò mai un nome per questo posto.- disse entrando.

Tolse la spada dalla schiena e la gettò alla sua sinistra come fosse uno straccio qualunque, le pistole le posò sulla scrivania e la giacca la lanciò contro l’appendino. Si sedette poi sulla sedia dietro la scrivania posando i piedi su di essa, le mani dietro la testa. Il movimento di prima gli portò appetito, prese il telefono e compose il numero della sua pizzeria di fiducia, che prestava servizio 24 ore al giorno.

-Sono sempre io. Prendo il solito. Mettetelo sul mio conto. Lasciatela sul tavolo.-

Dante rimase su quella sedia per qualche minuto, poi il telefono squillò. Dante rispose lanciando la cornetta del dispositivo in aria con un colpo di piede sul tavolo. Era Enzo.

-Non hai la minima idea dei problemi che ho dovuto affrontare per convincere quel tizio non solo a pagarci, ma anche a non denunciarci.-

-Hai ragione, non ce l’ho, ma so che hai avuto successo.-

-Sì. Ma c’è qualcosa di cui devo parlarti, è molto importante.-

-Non può aspettare? Stavo per farmi una doccia.-

-No.- Enzo sembrava in qualche modo turbato. Spesso avevano avuto delle divergenze di opinione, ma gli affari che andavano così bene, con tutti gli incarichi andati per il meglio e ben pagati, erano sempre riusciti a superare qualsiasi contrasto. Sembrava che quella volta fosse… più seria.

-Credo che per un po’ faremo meglio a fare affari separatamente.-

-Cos’è, vuoi uccidere demoni per conto tuo? Allora non sei fifone come hai sempre dimostrato…-

-Hai idea di cosa significhi ogni volta affrontare un cliente furioso che si ritrova più danni dopo il tuo tocco personale che prima? Sai quante volte siamo stati vicini a farci chiudere perché tu non sai tenere a freno le tue armi? Non ho idea per quanto tempo potrò riuscirci ancora… le voci si diffondono, sai? C’è gente che non ci vuole assumere perché a volte credono che un demone che si aggira per le sale di un edificio non sia grave quanto dover spendere altri soldi per ristrutturare tutto quanto! Hanno persino assunto novellini in massa finché non hanno risolto il problema, facendoli massacrare così da non doverli pagare una volta morti. E posso assicurarti che non sono solo voci di corridoio!- Enzo era sull’orlo di una crisi. Era chiaro che vedere così tanti esseri demoniaci non era stato proprio terapeutico per qualcuno come lui, non proprio la personificazione del coraggio e neanche abile con le armi.

-Ho preso la mia decisione. Ti prego di rispettarla.-

Passò qualche secondo di silenzio da parte del mezzo-demone. Quando parlò non utilizzò neanche tante parole.

-Se è ciò che vuoi, fà pure. Ma comunque mi devi una pizza. Sai come la prendo.-

-Quindi… siamo ancora amici?-

-Hai detto “fare affari separatamente”, no?- Enzo ridacchiò leggermente.

-Sì, hai ragione.-

-Ora vado a farmi quella doccia. Ho già chiamato la pizzeria, dopo passa a pagare.- Dante staccò la chiamata ed andò a fare una doccia.

Quella notizia non lo scosse più di tanto. Aveva sempre immaginato che Enzo non era proprio contento di ogni volta che portavano a termine un lavoro, aveva sempre da ridire su come Dante creava ancora più scompiglio di quanto non ve ne fosse già di suo. Non poteva, tuttavia, dire che avesse torto, Dante pensava principalmente a portare a termine la missione divertendosi, ed era vero che spesso cadevano lampadari, i muri diventavano dei groviera ed il posto puzzava di sangue per giorni. Ma almeno portava a termine il lavoro. Per ridurre il numero di demoni in libertà, anche solo di uno, si poteva rischiare qualche danno, secondo lui. In passato è capitato che limitasse i danni, ma si trattava di gente senza soldi, che non meritava altri problemi al posto di soluzioni.

Ad un certo punto, mentre l’acqua bollente usciva dalle tubature, un suono incessante risuonava per l’ufficio di Dante.

Il suono incessante del telefono.